L’Italia che non è in deficit: surplus culinario senza rivali

di Chiara Merico

Uno studio dell’università del Minnesota prende in esame l’influenza delle tradizioni gastronomiche sui consumi globali di cibo: e l’Italia stacca tutti, mentre gli Usa hanno il più alto deficit al mondo

C’è una classifica in cui l’Italia domina a mani basse, distanziando di oltre tre volte la medaglia d’argento, il Giappone; ed è quella dell’influenza culinaria, in pratica quella che cerca di stabilire in che misura la tradizione gastronomica di un Paese orienti i consumi di cibo nel resto del mondo.

LA BILANCIA COMMERCIALE

A stilarla è stato uno studioso dell’università del Minnesota, Joel Waldfogel, che in un paper intitolato “Dining out as a cultural trade” ha analizzato gli elenchi dei ristoranti provenienti da TripAdvisor e i dati di vendita di Euromonitor, per stimare la “bilancia commerciale” culinaria di 52 Paesi del mondo. Il consumo domestico di cucina straniera viene considerato “import”, mentre il consumo all’estero di cibi provenienti dal proprio Paese viene siglato come “export”: il risultato, spiega The Economist, “determina quali nazioni hanno la maggiore influenza sui palati globali”.

Fonte: The Economist

ITALIA PRIMA PER DISTACCO

Sul nome del vincitore non ci possono essere dubbi: l’Italia guida per distacco la classifica dei più grandi esportatori di cultura culinaria e di cibi tipici al mondo. “La passione, identica a tutte le latitudini, per la pasta e la pizza, unita alla sostanziale indifferenza degli italiani verso le cucine degli altri Paesi, ha determinato un surplus di 168 miliardi di dollari”, nota la rivista. Seguono sul podio, ma a grande distanza, Giappone e Turchia.

USA E CINA IN FONDO ALLA CLASSIFICA

Dall’altra parte della graduatoria troviamo gli Usa, Paese dalla non eccelsa tradizione gastronomica e per questo grande importatore di cucina estera, con un saldo negativo di 55 miliardi di dollari, seguiti dalla Cina (-52 miliardi) e da Brasile e Gran Bretagna (34 e 30 miliardi rispettivamente).

CONTRO I PROTEZIONISMI, ANCHE IN CUCINA

Certo, la classifica non tiene conto della cucina fusion o degli ibridi gastronomici come il cronut – nato dal matrimonio tra un croissant e un doughnut – né dà importanza all’autenticità, a meno di non credere che un napoletano possa considerare la pizza di Domino’s un “sapore di casa”. Ma in tempi di appelli al protezionismo, anche culinario – il presidente Usa Trump non ha mai fatto mistero di gradire gli hamburger made in Usa del quasi omonimo McDonald’s – è interessante notare come la globalizzazione abbia portato ricchezza e varietà sulle tavole di tutto il mondo. Mentre “una politica di mercantilismo culinario renderebbe le cene fuori estremamente noiose”.

Il food made in Italy cresce tre volte più del Pil

Il food made in Italy cresce tre volte più del Pil

OPPORTUNITA’, MA NON IN BORSA

Il settore del food made in Italy si conferma quindi un’opportunità appetibile per gli investitori: come spiega la quinta edizione del Food Industry Monitor (Fim), ricerca redatta per Ceresio Investors dall’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo, il settore viaggia a una velocità tre volte superiore a quella del Pil, con una crescita del 3,1% nel 2018 e previsioni del +3% per il 2019 e del +2,9% per il 2020. ). Le performance migliori sono quelle realizzate dalle aziende che puntano sull’artigianalità, realtà in maggioranza medio piccole, che rappresentano target interessanti per i fondi di private equity. E anche i giganti dell’industria alimentare, come Barilla, Ferrero, Lavazza non sembrano, almeno per il momento, intenzionati a cambiare strategia e a quotarsi in Borsa.

Arx0nt / iStock / Getty Images Plus


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16 Gennaio 2020
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