L’inflazione cala ma è meglio non abbassare la guardia

L’inflazione in contrazione offre una sponda alla Fed per mantenere bassi i tassi d’interesse e alla Bce per rimandare almeno al 2020 il proprio programma di normalizzazione monetaria

È probabile che la bassa inflazione sia in grado di aggiungere carburante a un’economia statunitense che sta crescendo costantemente da quasi 10 anni e di permettere alla Bce di proseguire il suo approccio accomodante di politica monetaria. Si può peraltro ringraziare il carovita in calo se il mercato azionario ha sfoggiato un buon rally nelle prime 9 settimane del 2019. La banca centrale statunitense ha imboccato una svolta decisa a gennaio, appena un mese dopo aver alzato i tassi di interesse, a causa delle crescenti preoccupazioni per la minaccia di recessione. Ma ciò che ha dato alla Fed la sponda per adottare questa brusca decisione è stato il calo dell’inflazione verso la fine dello scorso anno, che ora sembra probabile che persisterà fino a dicembre.

DRAGHI HA RIVISTO AL RIBASSO LE ASPETTATIVE DI INFLAZIONE

Stesso discorso per la zona euro. Draghi, nella riunione della Bce della scorsa settimana, ha rivisto al ribasso l’aspettativa di inflazione dall’1,6% all’1,2%. D’altra parte è da luglio 2018 che è iniziato il trend al ribasso dei prezzi al consumo. Quelli statunitensi sono precipitati: da un massimo che ha sfiorato il tre per cento a luglio (2,95%) sono scesi sotto i due punti percentuali a dicembre (1,911%) e si sono attestati poco sopra il punto e mezzo a gennaio (1,55%). Il carovita europeo, invece, dal picco di luglio (2,19%), è calato vistosamente sotto il 2% a novembre (1,92%) per posizionarsi all’1,38% a gennaio.

PETROLIO, SPESE MEDICHE E MATERIE PRIME

È vero che la principale fonte del calo dell’inflazione è da ricercarsi nella correzione dei prezzi del petrolio, ma concorrono anche altre componenti. Le spese mediche negli Stati Uniti sono aumentate negli ultimi due anni al ritmo più lento dagli anni ’50, mentre il carovita legato agli affitti ha iniziato a contrarsi. Inoltre, a spingere al rialzo il picco dell’inflazione dell’estate 2018 è stato l’aumento dei rendimenti dei tassi che ha sospinto gli interessi dei debiti delle imprese e delle famiglie statunitensi. Nel frattempo, l’economia globale ha innestato la retromarcia e ha propiziato la diminuzione dei prezzi di molte materie prime chiave come i metalli industriali e i cereali.

Inflazione Usa, la Fed non dimentichi la lezione degli anni ‘60

Inflazione Usa, la Fed non dimentichi la lezione degli anni ‘60

IL PERICOLO DELL’AUMENTO DELLE RETRIBUZIONI

Tutto questo sta tenendo a bada l’inflazione e, a cascata, le preoccupazioni sul fatto che il rallentamento nel mondo si possa diffondere negli Stati Uniti. La Fed esclude che i prezzi al consumo rappresentino una seria preoccupazione. “Gli ultimi dati sul carovita sono stati attenuati e il recente calo dei prezzi del petrolio potrebbe spingere l’inflazione complessiva ancora più in basso nei prossimi mesi”, ha detto il presidente Jerome Powell. L’unica vera fonte di pericolo, che anche alcuni membri della Fed riconoscono, è la crescita delle retribuzioni. Alcuni economisti prevedono che presto raggiungerà il 4% a causa della bassa disoccupazione e dell’ampliamento delle carenze di manodopera qualificata che costringe le aziende a offrire stipendi migliori. Se il costo del lavoro continuerà ad aumentare, le imprese potrebbero cercare a loro volta di rincarare i prezzi e accendere le fiamme dell’inflazione in tutta l’economia.

COME CAUTELARSI

Altri osservatori però non la pensano così. Segnalano che l’uso crescente di Internet da parte dei consumatori per cercare le migliori offerte e gli sforzi in corso da parte delle aziende per ridurre i costi, in particolare con l’uso di automazione e robot, alimentano una feroce concorrenza globale che tiene sotto controllo i prezzi. Ma cosa succede se la visione secondo la quale i prezzi al consumo resteranno bassi risulterà sbagliata? Sebbene questo non costituisca al momento una priorità, il consiglio è quello di destinare una quota del portafoglio (circa il 10%) a strumenti anti inflazione quali l’oro e i bond inflation linked che, oltretutto, non hanno valutazioni esagerate.

sergeyryzhov / iStock / Getty Images Plus


FinanciaLounge
13 Marzo 2019
Partner
Top