Idee di investimento – Obbligazioni – 2 dicembre 2019

di Redazione

Il rendimento del Bund tedesco può segnalare la propensione o meno al rischio degli investitori. Nel frattempo i Treasury USA e le valute emergenti, magari tramite certificati d’investimento, restano attraenti

FOCUS SUI RENDIMENTI DEI BUND TEDESCHI

Un indicatore che, negli ultimi 12 mesi, ha segnalato con buona affidabilità la propensione al rischio (risk on) degli investitori è stato il rendimento dei Bund tedeschi a 10 anni. Ha registrato un calo continuo in parallelo alle crescenti preoccupazioni circa le tensioni commerciali tra Washington e Pechino per poi mostrare un timido rialzo nelle ultime settimane. “Continueremo a osservare con attenzione l’andamento dei tassi dei Bund decennali: se si dovesse materializzare un qualche accenno di inversione – come quello che in parte si sta notando di recente – potrebbe indicare che gli investitori stiano cominciando a credere davvero ad una sorpresa in positivo nel 2020” dichiara nell’articolo “Mercati finanziari 2020, sei motivi per rimanere ottimisti” Jack McIntyre, Portfolio Manager di Brandywine Global (affiliata Legg Mason). Secondo l’esperto, che la Federal Reserve assuma una politica monetaria improntata ad una maggiore flessibilità in funzione degli sviluppi sul fronte del commercio globale, della crescita e dell’inflazione. Restando nell’ambito delle banche centrali , sempre secondo McIntyre, gli istituti centrali dei mercati emergenti avrebbero spazio, e in termini di tassi reali e un contesto di inflazione favorevole, per continuare ad attuare una politica di allentamento dei tassi.

INVESTIRE NELLE VALUTE EMERGENTI CON UN PROTEZIONE DEL CAPITALE

A proposito di mercati emergenti, gli investitori interessati a catturare gli alti rendimenti delle valute dei Paesi in via di sviluppo, non disdegnano meccanismi di protezione sul capitale. Una soluzione che va in questa direzione è quella proposta dalla nuova serie di Cash Collect Plus+ di Societe Generale. Si tratta di certificati d’investimento che sono negoziati sul segmento dei certificati di EuroTLX. Le loro principali caratteristiche riguardano una durata di tre anni, il pagamento di premi mensili condizionati dello 0,45% lordo (pari al 5,40% su base annua), e una protezione all’esposizione valutaria (Barriera) fino al 30%. In pratica, l’investitore accusa una perdita del capitale quando il deprezzamento valutario rispetto all’euro è superiore al 30%. A questo proposito, come precisato nell’articolo Come abbinare alto rendimento delle valute emergenti e meccanismo di protezione del capitale il sottostante valutario di riferimento è composto da quattro monete di paesi in via di sviluppo equipesate: questo diversifica il rischio ed evita che l’investitore sia esposto al potenziale deprezzamento di una singola valuta sottostante.

TITOLI DI STATO USA PIU’ RESILIENTI

In parallelo, possono tornare utili i titoli di stato (Treasury) USA. Lo sostiene il BlackRock Investment Institute (BII) nell’articolo Perché i titoli di Stato americani non passano mai di moda. Il punto di partenza dell’analisi è che la duration – la scadenza dei titoli che stabilisce la curva dei tassi di interesse – degli indici obbligazionari è cresciuta al diminuire dei rendimenti, rendendoli più sensibili alle future variazioni dei tassi. In altre parole, a parità di variazione dei tassi di interesse, lo spostamento degli indici obbligazionari – che si muovono in direzione opposta ai tassi – è molto più amplificata rispetto ad alcuni anni fa. “L’attuale ambiente a bassissimo rendimento mette in discussione il ruolo dei titoli di Stato come stabilizzatore di portafoglio. Preferiamo sovrappesare i titoli di stato statunitensi con rendimenti più elevati nelle asset allocation strategiche a fronte di una riduzione del peso dedicato ai titoli di stato dell’area euro e giapponesi”, concludono i professionisti del BII.

LE COMPAGNIE DI ASSICURAZIONE SONO PER L’OUTSOURCING

D’altra parte la difficoltà a reperire rendimenti di una certa consistenza è comune a tutte le tipologie d’investitori. La Natixis Investment Managers Survey rivela per esempio che in un contesto di tassi bassi persino le società assicurative faticano sempre di più a trovare un equilibrio tra generazione di alpha e costo del capitale. I tassi di interesse estremamente bassi – alimentati dalle politiche monetarie ultra espansive delle banche centrali – hanno convinto le compagnie che, per diversificare il portafoglio, sia indispensabile ricorrere agli strumenti alternativi, come private debt e real asset. Come spiegato nell’articolo Assicurazioni penalizzate dai tassi zero, ma le alternative non mancano la Natixis Investment Managers Survey, l’indagine ha coinvolto, a livello globale, 200 responsabili investimenti e membri del team di investimento di compagnie di assicurazione, imprese di riassicurazione, società di property e casualty, ha rivelato che cresce l’outsourcing. I responsabili degli investimenti sono sempre più inclini a rivolgersi ad esperti esterni per accedere a capacità innovative e specializzate: il risultato è che, in media, gli investitori di settore esternalizzano il 48% del proprio portafoglio.

ITALIANI POCO RISPARMIO IN TEMA DI PENSIONE

In un’altra indagine, lo Schroders Global Investor Study 2019, emerge invece che i millennial, in Italia e in tutto il mondo, risparmiano più delle altre generazioni per la pensione. “In tutto il mondo le persone vivono sempre più a lungo e dovrebbero potersi godere la pensione grazie ai risparmi. Tuttavia, lo Schroders Global Investor Study 2019evidenzia come, per molti investitori a livello globale, le aspettative sembrino non realistiche riguardo allo stile di vita a cui aspirano dopo il pensionamento.” ha dichiarato nell’articolo I millennial non sono cicale: risparmiano già per la pensione Sangita Chawla, Head of Retirement Savings di Schroders. Tra i dati più interessanti, quelli relativi a livello generazionale. Che segnalano come in Italia i Millennial (le persone tra 18 e 37 anni) sono i maggiori risparmiatori in fatto di pensione alla quale indirizzano il 14,6% del reddito, più di quanto faccia sia la Generazione X – le persone tra 38 e 50 anni – che non vanno oltre l’11,5%, che i Baby Boomer – i lavoratori tra i 50 e i 70 anni – che versano in media il 9,7% delle entrate annue. E’ anche vero, però, che questa tendenza si conferma anche a livello globale.

shulz / E+


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2 Dicembre 2019
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