Fed put, la Borsa potrebbe replicare il rally di fine anni ’90

La Fed put del presidente Powell, che ha improvvisamente cambiato la politica monetaria, mette al sicuro il mercato azionario: in caso di nuovo scivolone è pronta l’ala protettrice della banca centrale

Una brusca virata a U che è stata ribattezzata “Fed put“. E’ quella messa in atto dal presidente della banca centrale statunitense Jerome Powell, che nel giro di pochi mesi è passato dallo spaventare i mercati a inizio ottobre (quando aveva dichiarato ancora lontano il tasso neutrale, né espansivo né restrittivo per l’economia Usa) a rasserenarli a inizio gennaio (quando invece ha fatto intuire una possibile pausa nel processo di rialzo dei tassi). Un’opzione put garantisce il diritto, ma non l’obbligo, di vendere un’attività sottostante ad un prezzo prestabilito entro un certo periodo di tempo. Rappresenta pertanto una copertura opportuna nel caso in cui un investimento che dovrebbe far guadagnare al rialzo su una specifica asset class finanziaria procede in direzione opposta e cioè al ribasso: in questo caso, esercitando la put, l’investitore può limitare o, addirittura, azzerare le perdite della scommessa sbagliata al rialzo.

LA MOSSA DI GREENSPAN ALLA FINE DEGLI ANNI ‘90

Ne consegue, che l’approccio più accomodante adottato da Powell e ribadito nella prima riunione del 2019 della banca centrale Usa ha materializzato una “Fed put” sul mercato azionario: nel caso in cui gli indici di Wall Street virassero eccessivamente al ribasso, l’istituto guidato da Powell è pronto ad intervenire in soccorso. Quello che forse non tutti sanno, però, è che questa situazione che ha favorito le condizioni di una Fed put riecheggia la fine degli anni ’90, quando un’accorta banca centrale statunitense, guidata da Alan Greenspan, aveva imbandito il tavolo per un forte rally di fine ciclo, cui è seguito un “crollo” finale del mercato azionario in concomitanza dello scoppio della bolla tecnologica nel 2000.

IL COLLASSO DEL LTCM FUND

Nel 1998 la Fed decise di abbassare i tassi dopo un prolungato periodo di mosse al rialzo iniziato nel 1994. Come oggi, in quell’anno molte regioni del mondo evidenziavano situazioni macroeconomiche piuttosto serie. Era scoppiata la bolla del credito in Giappone, l’Europa stava faticando a crescere mentre un gruppo di paesi in via di sviluppo era in difficoltà. Dopo che la Russia era finita in default in agosto, provocando il collasso del Long Term Capital Management (LTCM), il più grande hedge fund del mondo, i titoli azionari statunitensi registrarono un crollo e le condizioni del credito si restrinsero rapidamente, con gli spread degli emittenti investment grade in forte rialzo. Il presidente Greenspan temeva che il contagio che aveva attanagliato il resto del mondo si potesse estendere agli Stati Uniti e decise di spostarsi dalla ‘modalità restrittiva’ a quella ‘accomodante’ tagliando i tassi di interesse tre volte, per 75 punti base in totale.

Perché il dollaro si rafforza nonostante la svolta dovish della Fed

Perché il dollaro si rafforza nonostante la svolta dovish della Fed

LE SVISTE DEI FUNZIONARI DEL FOMC

La cosa interessante di questo periodo è che i funzionari del Fomc (l’organismo della Fed che si occupa di provvedimenti di politica monetaria) hanno in gran parte ignorato i dati macro che mostravano un mercato del lavoro ben intonato e nessun deterioramento visibile nell’economia. Resta il fatto che la crisi del 1998, forse grazie all’allentamento aggressivo di Greenspan, non ha avuto un impatto significativo sull’economia americana. Ma il suo successo ha contribuito ad alimentare un robusto rally dei prezzi delle azioni di Wall Street, durato altri due anni, che ha posto le basi per lo scoppio della bolla tecnologica e un ampio crollo del mercato azionario nel 2000.

UN ULTIMO NODO DA SCIOGLIERE

C’è chi vede somiglianze nel modo in cui Powell ha risposto alle volatilità del mercato dello scorso dicembre. Di fatto, è sicuro che un altro giro di turbolenze del mercato indurrebbe la Fed a tagliare i tassi ancor prima che si concretizzi qualsiasi impatto tangibile sull’economia degli Stati Uniti. Alla luce della reazione rialzista del mercato al cambio di regime della Fed è evidente che gli investitori contano molto sulla Fed put, un’opzione che assicura un intervento da parte della banca centrale statunitense, pronta a fornire liquidità in scia alle turbolenze del mercato. Resta forse solo un ultimo nodo da sciogliere: ci sarà bisogno di un altro tracollo come quello sperimentato a dicembre 2018 e i tagli dei tassi della Fed prima che i mercati azionari innestino la marcia superiore oppure il cambiamento di politica monetario annunciato finora è già sufficiente?

fstockfoto / iStock / Getty Images Plus


FinanciaLounge
21 Febbraio 2019
Partner