Cina, il declassamento del rating non dovrebbe allarmare

La decisione dell’agenzia di rating Moody’s di declassare il debito cinese rientra in un quadro d’insieme in cui i diversi fattori risultano positivi nel lungo periodo.

In Cina gli ultimi dati mostrano un’attività in accelerazione. A giugno, l’indice PMI manifatturiero del paese si è attestato a 51,7 (ben al di sopra del già ragguardevole 51,2 di maggio): si è trattato dell’undicesimo mese consecutivo di crescita. In evidenza, sempre a giugno, pure il PMI del settore dei servizi (in ascesa da 54,5, di maggio, a 54,9). Dal momento che entrambi i valori stazionano ben oltre la soglia di 50, che divide la fase espansiva da quella recessiva, significa che l’economia della Cina è tutt’altro che in rallentamento.

Sebbene le statistiche ufficiali cinesi debbano sempre essere lette con cautela, si tratta di valori che dovrebbero tranquillizzare circa lo stato di salute del colosso asiatico. Così come non dovrebbe allarmare la decisione assunta dall’agenzia di rating Moody’s di declassare il debito di Pechino. Ne è convinto Andrew Harmstone, Lead Portfolio Manager per la strategia Global Balanced Risk Control (GBaR) di Morgan Stanley IM.

“La volatilità che si può osservare in Cina non è collegata al rischio politico. Il numero crescente di fallimenti e l’eliminazione di alcuni prodotti di gestione patrimoniale hanno indotto Moody’s a declassare la Cina; tali misure, tuttavia, sono volute e fanno parte dello sforzo del governo di controllare in qualche modo l’eccessivo indebitamento dell’economia” puntualizza il manager secondo il quale si tratta di fattori positivi nel lungo periodo.

“Non riteniamo ci si debba preoccupare per l’economia cinese, quanto meno fino a novembre, vista l’importanza che il 19° Congresso nazionale riveste per il presidente Xi Jinping, impegnato a consolidare il suo potere. Prevediamo che fino ad allora egli utilizzerà ogni leva a disposizione del partito per rilanciare l’economia” sostiene Andrew Harmstone, ricordando come in Cina l’iter consolidato sia quello di arrestare le riforme di mercato e stimolare l’economia quando la crescita comincia a perdere quota.

Quando l’economia torna ad espandersi al ritmo stabilito, il governo riparte con le riforme di mercato e tenta di controllare squilibri quali l’eccessivo indebitamento. “Pur non essendo eccessivamente preoccupati di questo andamento altalenante, preferiamo tuttavia tenere desta l’attenzione per essere pronti a cogliere eventuali indicazioni che il governo di Pechino sta effettivamente perdendo il controllo su alcuni settori dell’economia, com’è accaduto nel 2015” conclude Andrew Harmstone




FinanciaLounge
20 Luglio 2017
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