Attese & Mercati – Settimana dal 2 dicembre 2019

di Redazione

I conti francesi stanno messi peggio di quelli italiani, ma di ESM non si parla e la fiducia dei consumatori continua a salire. In settimana arrivano il dato sul lavoro USA e la riunione Opec con i sauditi che potrebbero chiedere di prolungare i tagli alla produzione

LA FRANCIA ACCUMULA DISAVANZI PRIMARI E IL DEBITO SALE, MA NESSUNO SI PREOCCUPA

Se c’è un paese in Europa che dovrebbe aver paura della riforma dell’ESM, nel caso che i rischi tanto temuti in Italia si rivelassero concreti, questo paese si chiama Francia. Infatti la dinamica del debito pubblico dei cugini d’Oltralpe è molto più negativa e in prospettiva allarmante di quella italica, e sempre in prospettiva candida la Francia ad essere un potenziale utilizzatore delle cure del fondo Salva-Stati riformato. Anche se I giornali continuano a scrivere sbagliando che il debito pubblico italiano è il terzo del mondo per dimensione, dopo USA e Giappone, dalla scorsa estate questo primato spetta alla Francia, che resta attorno al 100% del PIL solo perché la sua economia è più grande e soprattutto cresce di più di quella italiana. Ma se si va a guardare dentro il debito, la situazione francese è sicuramente peggiore. Dalla Grande Crisi la Francia continua a infilare anno dopo anno senza eccezione disavanzi primari, vale a dire il deficit annuo senza tenere conto degli interessi, entrate meno uscite. L’Italia invece è in avanzo primario costante, anno dopo anno addirittura dal 1991, con l’unica eccezione del 2009. Ma in Francia dell’ESM non si parla. E la fiducia dei consumatori continua a salire, mese dopo mese senza eccezioni da gennaio, mentre all’opposto la fiducia italiana continua a calare.

OCCUPAZIONE USA

Venerdì 6 arriva il dato sull’occupazione americana a novembre, con le stime che puntano alla creazione di 183.000 nuovi posti di lavoro e una disoccupazione ferma ai minimi di 50 anni. Nel 2019 la creazione di nuovi posti ha rallentato a una media di 167.000 al mese, ma vuol dire forse solo che ormai tutti quelli che hanno voglia di lavorare lo fanno. Settimana scorsa è uscito un PIL USA migliore delle attese all’1,9%, anche se un po’ sotto il 2,1% del secondo trimestre e il 3,1% del primo. La fiducia dei consumatori resta forte, mentre il Misery Index, che somma disoccupazione e inflazione, continua a viaggiare intorno al 5%, che rappresenta il livello più basso dalla seconda metà degli anni 50 del secolo scorso. Forse non è un caso che Wall Street continua a infilare massimi storici così come non è un caso che le previsioni di recessione in arrivo e di picco ormai raggiunto sia dal ciclo economico che dalle quotazioni di Borsa, che si ripetono dal 2014, continuino ad essere smentite dai fatti e dal comportamento degli investitori. Cinque anni fa l’S&P 500 era a 1.800, settimana scorsa ha chiuso a 3.150.

ARAMCO FA IL PREZZO FINALE E POI DEBUTTA IN BORSA. OCCHIO A OPEC E PREZZI DEL PETROLIO

Quando i signori del petrolio giovedì 5 dicembre si riuniranno nel palazzo di acciaio e vetro dell’Opec nel centro di Vienna, a due passi dal mitico Cafè Central, la presenza dell’azionista di maggioranza dell’associazione dei produttori, l’Arabia Saudita, sarà più ingombrante del solito. Lo stesso giorno infatti gli stessi sauditi dovrebbero rendere noto il prezzo finale di collocamento della mega IPO di Aramco, il colosso petrolifero controllato dallo stato arabo. L’approdo sul listino è previsto qualche giorno dopo, a metà dicembre, e il livello del prezzo del petrolio sarà tra i fattori chiave per decretare il successo, almeno nell’immediato, dell’operazione. I tagli alla produzione decisi dalla stessa Opec per sostenere i prezzi un anno fa sono destinati a restare in vigore fino a marzo 2020, ma i sauditi potrebbero far pressione per un prolungamento. Sicuramente quello che i sauditi non vogliono è un Aramco che fa i primi prezzi sul tabellone di Borsa con un petrolio in caduta.




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2 Dicembre 2019
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