La country selection negli emerging markets

Paesi emergenti da una parte e paesi sviluppati dall’altro. Con questi ultimi accusati di far deprezzare le loro valute attraverso politiche monetarie molto accomodanti. Al punto che alcuni osservatori hanno paventato anche un’eventuale guerra valutaria. Abbiamo chiesto a Greg Saichin, Responsabile portafogli High Yield e obbligazionari dei Paesi Emergenti di Pioneer Investments di fare il punto della situazione.

La ricerca di rendimenti da parte degli investitori ha generato un record di flussi verso i mercati emergenti (EM), sia verso i titoli governativi che societari. Questo fenomeno sta esercitando una pressione al rialzo sulle valute di questi paesi?

“Non necessariamente. Ci sono diversi tipi di flussi d’investimento diretti nei paesi emergenti e non tutti sono speculativi come, ad esempio, le operazioni di carry trade, che sfruttano il profondo divario fra il denaro preso a prestito e quello investito. I tassi di interesse sono in calo rispetto allo scorso anno nella maggior parte di questi paesi e la messa in atto di politiche orientate alla crescita è stata tempestiva per evitare una grave recessione”.

“Di conseguenza, i flussi di investimenti diretti esteri (IDE), rivolti soprattutto alla ricerca di opportunità nell’economia reale, continuano e il loro supporto alle valute tende a compensare il limitato impatto dei tassi di interesse. Questo è importante, poiché un grande contributo degli investimenti diretti esteri tende a rendere il mix di flussi stranieri meno volatile, riducendo l’impatto dei flussi finanziari in rapida crescita. Crediamo che gli investimenti diretti esteri potranno rappresentare un sostegno a lungo termine se, come ci aspettiamo, le politiche economiche sono destinate a diventare sempre più rilevanti, in particolare sul versante fiscale”.

Quali sono le regioni che preferisce? Fa attenzione anche alle prospettive sulle valute quando li seleziona?

“Da un po’ di tempo noi abbiamo posto maggiore attenzione sui singoli paesi, piuttosto che sui blocchi di aree, a differenza della maggior parte delle strategie di asset allocation globali che tendono a considerare gli EM come un blocco monolitico. In quest’ottica la costruzione dei portafogli che investono in questa asset class viene fatta sulla base di alcune distinzioni fondamentali. Un esempio, peraltro importante, è dato dalla differenza tra economie aperte e chiuse all’interno dell’America Latina”.

“L’Argentina è un’economia chiusa e sembra destinata a rimanere tale a meno che non ci sia un brusco cambiamento politico. Cile, Colombia e Perù sono economie relativamente aperte, anche se le loro piccole dimensioni e la limitatezza di settori tende a limitare il loro peso nei portafogli. Il fulcro della regione è il Brasile, ovviamente, e qui l’analisi è resa complessa da una certa mancanza di coerenza in particolare sul fronte fiscale. Sicuramente, altri paesi dell’America Latina devono essere monitorati con molta cura per le troppe modifiche nei prelievi fiscale che colpiscono gli investitori stranieri”.

“Nell’Europa orientale quasi tutti i paesi hanno un’economia aperta, fra essi Russia e Turchia ove siamo da tempo sovraesposti. Poi, guardando verso l’Asia, ci sono altri fattori da prendere in considerazione prima di effettuare l’investimento. La maggior parte delle economie sono meno aperte di quanto possano sembrare a prima vista. I controlli sui capitali variano sia tra i paesi e, a volte, anche all’interno della stessa economia, in particolare sugli investimenti stranieri. Dal punto di vista commerciale, la mancanza di strumenti di copertura sulle valute può essere un problema”.




FinanciaLounge
4 Aprile 2013
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