News & Views – 18 dicembre 2017

Insight dalla redazione di FinanciaLounge su quello che si muove nelle economie e nei mercati.

L’investitore è Orso ma il mercato è Toro
Gli investitori non sono mai stati così negativi sul mercato azionario dalla Grande Crisi. Quasi sette su 10 sono convinti che sia sopravvalutato. È il risultato della survey annuale condotta da Boston Consulting Group tra fine ottobre e inizio novembre su 250 investitori con asset totali per 500 miliardi di dollari. Il 46% è pessimista sull’azionario nel 2018 contro il 32% un anno fa e il 19% nel 2015, mentre oltre un terzo è negativo su tutti i prossimi tre anni, il doppio rispetto a un anno fa. Per il 68% le azioni sono sopravvalutate. Un anno fa erano il 29%. In cima ai rischi ci sono i tassi in rialzo (45%) e il clima politico in USA (40%). Il sondaggio è stato riportato con un certo rilievo dal WSJ, ma la parte più gustosa sono la sessantina di commenti postati dai lettori che quasi all’unanimità dissentono con sarcasmo: o gli investitori interpellati non sanno fare bene il loro mestiere oppure, molto più probabilmente, non “prevedono” ma “sperano” in un mercato Orso per poter fare il pieno a prezzi scontati. Con la volatilità dei treasuries americani ai minimi dagli anni ’60 dovranno rassegnarsi a pagare care le azioni, a Wall Street sono quasi l’unica cosa che rende.

Meno politica e più mercato per Internet
È la conclusione cui arrivano diversi commentatori dopo la decisione della Federal Communications Commission di abbattere un altro paletto regolatorio dell’era di Obama, la cosiddetta neutralità della rete introdotta nel 2015, che riclassificava gli Internet Service Provider al rango di carrier di telecomunicazioni, praticamente utility, proibendo loro qualunque tipo di discriminazione della circolazione di contenuti in termini di prezzo, velocità e ampiezza di banda, servizi, classificazioni, etc. In pratica l’unica autorità in grado di discriminare o facilitare la circolazione di certi contenuti invece di altri era la stessa FCC. Che in questo modo poteva avvantaggiare i grandi provider di contenuti, come Google e Netflix, nei confronti degli operatori di rete. Ora potrebbe aprirsi una nuova fase di investimenti e competizione, con un’offerta più articolata e diversificata non solo degli stessi contenuti, ma delle modalità di fruizione in termini di velocità, accessibilità agevolata e utilizzo di device diversi. Forse non è un caso che l’acquisto da parte di Disney delle properties più appetibili di 21st Century Fox da Murdoch sia capitata praticamente in contemporanea alla decisione della FCC.

La grande fuga dal Venezuela
Partire è duro, specialmente se si hanno solo i soldi per il biglietto di andata e poco più degli abiti che porti addosso. Ma restare può essere ancora più duro, se il posto si chiama Venezuela. USA Today dedica un lungo reportage sul campo, vale a dire negli aeroporti dei paesi vicini, come quello di Lima in Perù, al fenomeno di massa che è ormai diventato la fuga da Maduro e dall’economia che tracolla tra iperinflazione e generi di prima necessità introvabili. Molti non hanno nemmeno i soldi per il biglietto aereo di sola andata. Prima destinazione, come una volta per i cubani, erano ovviamente gli Stati Uniti, ma sempre più numerosi sono quelli che fuggono in Sud America, costa di meno e gli uffici immigrazione sono più flessibili. Il Perù ha introdotto uno speciale visto temporaneo che comprende anche il permesso di lavoro, e subito sono piovute 30.000 richieste. Un altro paese che si è attrezzato è la Colombia, già dotata di un sistema di accoglienza rifugiati inizialmente pensato per i profughi della recente guerra civile. Da quando la crisi si è acuita, la diaspora venezuelana è stimata a 1,1 milioni di persone, il 4% dell’intera popolazione. Come i cubani, sperano di poter tornare presto, se Maduro cadesse. Ma ormai a Miami i profughi dell’Avana sono alla terza generazione.

FinanciaLounge
18 dicembre 2017
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