Idee di investimento – Azioni – 03 gennaio 2018

Una delle certezze finora considerate acquisite riguardo al bitcoin è che non ci sono rischi di contagio da un’eventuale esplosione della bolla sugli altri mercati finanziari. Qualcuno può farsi molto male e sicuramente è già successo nella settimana di Natale, con il prezzo prima salito alle stelle e poi precipitato. Ma anche qui nella somma indifferenza delle Borse e degli altri mercati finanziari, dai bond al forex. Nell’articolo “Bitcoin: le bollicine del possibile contagio” questa certezza viene tuttavia messa in dubbio dal capo strategist per l’azionario di una grande banche USA: Wells Fargo. Secondo Christopher Harvey, infatti, “nei mercati delle criptovalute si sta sviluppando una fermentazione significativa, una miriade di bollicine che a un certo punto possono cominciare a fuoriuscire”, come da una bottiglia di champagne. Parlando alla CNBC nel programma “Trading Nation” Harvey ha detto di essere preoccupato della possibilità che la schiuma prodotta dalla fermentazione possa uscire dai mercati in cui sono state finora confinate le criptovalute e cominciare a impattare l’azionario. Secondo lo strategist si stanno cominciando a vedere i primi segnali, e bisognerà stare particolarmente attenti al fenomeno nel 2018.

Un altro fenomeno, quello dei piani individuali di risparmio (PIR), dovrebbe invece proseguire anche nel 2018 e, speriamo, senza lo scoppio di nessuna bolla speculativa. Soprattutto se gli investitori faranno tesoro di una delle due lezioni che proprio i PIR hanno insegnato: la clausola di mantenere per almeno 5 anni l’investimento, pena la perdita del diritto di esenzione totale sulle plusvalenze realizzate. Si tratta di un aspetto che, come argomentato nell’articolo “Educazione finanziaria, le due lezioni dei PIR” sottintende un messaggio chiaro: trattandosi di un investimento nel capitale di rischio (PIR ad indirizzo azionario) o esposto in parte al capitale di rischio (PIR bilanciati e flessibili) delle PMI italiane occorre dare modo all’investimento di maturare i frutti. I risparmiatori che hanno sottoscritto i PIR devono essere consapevoli di questa relazione e, di conseguenza, dovrebbero mantenere in portafoglio l’investimento per almeno 5 anni. Si tratta di una lezione di estrema importanza per una popolazione di risparmiatori che ancora oggi ragiona con l’orizzonte temporale dei 12 mesi.

In ogni caso, la fiducia degli investitori resta fondamentale. A dicembre la fiducia degli investitori a livello globale è risultata in calo di 1,5 punti, ma in Europa segna un rimbalzo di 16 punti. Nell’articolo “Fiducia degli investitori, il 2017 chiude con un rimbalzo in Europa” si legge infatti che in Europa la fiducia degli investitori è balzata all’insù raggiungendo quota 96,9 punti mentre l’ICI Index Nord America ha evidenziato un calo di 6,2 punti (posizionandosi a 94,9 punti) e in Asia la discesa si è fermata a -2,8 punti (stazionando a 94,8 punti). Il rimbalzo di dicembre in Europa viene spiegato dagli analisti come naturale conseguenza dei solidi dati sulla crescita economica (certificata pure da Mario Draghi nell’ultima riunione annuale della BCE) e la prosecuzione degli acquisti di titoli sul mercato da parte della banca centrale europea (almeno fino a settembre 2019): due fattori che potrebbero contribuire a sostenere la fiducia degli investitori europei anche nei prossimi mesi.

Ma sarà altrettanto importante verificare l’opinione degli investitori statunitensi che costituiscono ancora un fattore chiave per determinare l’andamento delle azioni europee grazie ai loro flussi di acquisto e vendita. Infatti, come è stato spiegato nell’articolo “Cosa pensano gli investitori USA delle azioni europee”, il modo con il quale gli investitori statunitensi percepiscono l’Europa, e ancora più in particolare il mercato azionario europeo, è molto più importante di quello che si potrebbe immaginare. Gli Stati Uniti, infatti, sono ancora l’investitore chiave per le azioni europee, ma gli acquisti netti verso l’azionario Europa (tramite ETF) hanno raggiunto il picco a maggio e, da allora, gli investitori americani sono stati venditori netti. Non è un caso che gli indici azionari europei abbiano registrato il loro massimo annuale proprio a maggio: l’indice Stoxx 600, per esempio, ha toccato il picco nel 2017 il 10 maggio: da allora ha perso terreno fino a settembre per poi tentare un recupero senza tuttavia segnare nuovi massimi e oggi infatti distanza ancora circa due punti percentuali al di sotto dei livelli della prima decade di maggio.

Infine, una interessante idea di investimento per il 2018 la fornisce David Donora, responsabile materie prime di Columbia Threadneedle Investments nell’articolo “Materie prime, nel 2018 si prevede un significativo rialzo dei prezzi” secondo il quale sono almeno quattro i fattori di supporto alle materie prime nel 2018: una solida crescita economica nei paesi sviluppati e in via di sviluppo, un dollaro statunitense più debole, ulteriori stimoli fiscali e una offerta limitata, dal momento che i produttori di commodity preferiscono restituire liquidità agli azionisti piuttosto che puntare sulla loro espansione. “Le prospettive per i metalli di base e l’energia derivata dal petrolio appaiono particolarmente positive, e ci attendiamo che i metalli preziosi vengano sostenuti da un aumento dell’inflazione” sostiene David Donora che, pur ammettendo uno scenario più complesso per i prodotti agricoli, ritiene nei prossimi 12 mesi una convergenza di fattori favorevoli tali da supportare un aumento dei prezzi in tutti i mercati delle materie prime.

FinanciaLounge
3 gennaio 2018
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