Eurozona, i tassi del mercato obbligazionario sono comunque destinati a salire

L’inflazione resta bassa e senza accelerazione, ma la crescita dell’Eurozona è sempre più solida e agevola il rialzo dei tassi del mercato obbligazionario.

Mario Draghi lo scorso 26 ottobre nella conferenza stampa post meeting BCE è stato categorico: il QE prosegue almeno fino a settembre 2018. Facendo capire che se le condizioni lo richiederanno potrebbe anche proseguire oltre, posticipando di fatto il rialzo dei tassi al 2019. Ma è anche vero che i dati macro economici della zona euro continuano a sorprendere al rialzo e, quindi, potrebbero costringere la BCE ad anticipare le mosse.

I dati di consenso degli analisti indicano una crescita della zona euro per quest’anno del 2,3%, seguita a un +1,9% nel 2018 e da un +1,7% nel 2019, mentre l’inflazione dovrebbe attestarsi all’1,5% quest’anno, scendere all’1,3% il prossimo e salire all’1,6% nel 2019.

Con queste dinamiche, a prescindere dalle decisioni della Banca centrale europea (che agisce sui tassi a breve termine), i tassi di interesse del mercato obbligazionario della zona euro a medio lungo termine dovrebbero salire nei prossimi anni. In particolare il bund decennale, che attualmente offre un rendimento dello 0,36%, dovrebbe posizionarsi ad un rendimento dello 0,90% nel prossimo anno e all’1,15% nel 2019.

Per l’Italia, assumendo che lo spread mantenga l’attuale livello (pari a 148 punti base, cioè l’1,48 per cento in più rispetto ai bund decennali), significherebbe che il btp a 10 anni passerebbe da un rendimento dell’1,84% attuale, a uno del 2,38% nel 2018 e a un rendimento del 2,63% nel 2019.

Secondo Francis Scotland, Director of Global Macro Research di Brandywine Global (gruppo Legg Mason), l’attuale ondata reflazionaria è diversa dalle altre avvenute dopo la crisi finanziaria globale: a suo parere, infatti, la crescita globale degli ultimi 18 mesi è sostenibile, e ha spiegato le tre ragioni per il suo ottimismo.

“In primis, il settore dei consumi USA ha fermato le operazioni di deleveraging. In secondo luogo le banche centrali di Europa e Giappone hanno confermato il loro impegno nel continuare con il quantitative easing. In terzo luogo, mentre tra il 2011 e il 2014 il prezzo del petrolio si era stabilizzato a 100 dollari al barile, oggi costa poco più di 60 dollari al barile”, ha specificato Francis Scotland per il quale i tassi del mercato obbligazionario saranno più alti in futuro.

Per il manager, un indicatore chiave è la curva dei rendimenti dei titoli di stato (Treasury) americani, che è rimasta relativamente piatta dal Taper Tantrum del 2013 (quando cominciarono a circolare le prime voci circa una riduzione dei flussi di acquisto di bond in dollari sul mercato da parte della Federale Reserve).

Per Francis Scotland la causa di ciò è l’impatto della repressione finanziaria da parte delle banche centrali: per questo ritiene che il rendimento dei bond in tutta Europa salirà di 150 punti base (+1,50%) quando terminerà il Quantitative Easing della BCE.

FinanciaLounge
20 novembre 2017
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