2018: il ritorno della volatilità?

Soprattutto a livello geopolitico i focolai non mancano, ultimo le rivolte di piazza in Iran. Ma anche sui mercati molti indicatori puntano a possibili sorprese che potrebbero turbare la calma del 2017.

Il mondo che il 2018 appena iniziato ci propone a una prima occhiata sembra un po’ più volatile di quello ereditato dal 2017. Focolai di volatilità geopolitica si avvistano un po’ dappertutto. Un’Europa che fa sempre più fatica a tenersi insieme si avvia al test elettorale italiano e magari anche tedesco, dato che a quattro mesi dalle elezioni la Merkel non ha fatto un passo avanti verso l’alleanza di governo. Intanto ai suoi confini a Sud e a Est si addensano nubi scure, con la tensione che sale dall’Ucraina fino al Golfo passando per Siria, Turchia, Libano e un Nord Africa non ancora uscito dall’incendio della Primavera araba. A Oriente la mina coreana resta pronta a detonare, mentre a Occidente Donald Trump deve affrontare una campagna elettorale di mid-term tra le più feroci di sempre, con i Democratici furiosi per il successo della riforma fiscale che sventolano la bandiera dell’impeachment.

Il partito di Obama soffre l’assenza di una chiara leadership e rischia di infilarsi in quella che potremmo definire la “trappola di Berlusconi”. Vale a dire fare dell’avversione a Trump l’unico punto della sua offerta elettorale su cui compattare visioni che altrimenti non stanno insieme (pensiamo alla distanza siderale tra Bernie Sanders e Hillary Clinton nel 2016). In Italia questa trappola ha avuto come esito la nascita e l’affermazione dei 5 Stelle di Grillo. The Donald non ha solo il fronte interno. Quello esterno sembra ancora più insidioso. Deve venire a capo della crisi coreana e del riassetto del Medio Oriente in sostanziale solitudine, almeno apparentemente. Non dover negoziare con alleati riottosi le proprie mosse può anche essere un vantaggio, ma ogni incidente di percorso diventa un rischio micidiale.

In Iran sta succedendo qualcosa di molto interessante. Avevamo segnalato la possibilità che il paese degli Ayatollah fosse sull’orlo di un’implosione simile a quella sovietica nel nostro news & views del 16 ottobre scorso. Le cronache delle ultime ore raccontano di proteste per le strade di molte città iraniane con i manifestanti che scandiscono slogan tipo ‘Not Gaza, Not Lebanon, I give my life for Iran’, accusando il regime di Teheran di ignorare i problemi interni, dall’inflazione all’economia che non gira, per dedicarsi alla causa anti-israeliana. “E’ l’evento più anti-regime che abbia mai visto”, ha dichiarato al WSJ Alireza Nader, analista di Rand Corp. a Washington: “La gente non chiede riforme, non invoca i riformisti come l’ex presidente Khatami o quello attuale Rouhani, la rabbia è contro l’intero establishment”. Sicuramente uno scenario che piace a Washington, Riyadh e Tel Aviv, certo non a Istanbul, Damasco, Mosca e Pechino, come probabilmente in molte capitali europee dove si era scommesso sullo sdoganamento dell’Iran con l’accordo di Obama sul nucleare.

Dallo scacchiere geopolitico a quello dei mercati. Qui il fattore volatilità è misurabile. Ci pensa in tempo reale l’indice VIX del Chicago Board Options Exchange. Ha chiuso il 2017 a quota 11 dopo aver viaggiato per tutto l’anno a distanza di sicurezza da quota 20. Per capirci, nella crisi del 2008 aveva bucato quota 80 e in occasione di altri momenti critici, come la crisi greca, quella del debito europeo o il mini-panico da rallentamento cinese nell’agosto 2015 aveva sforato 50. Forse qualche puntata al rialzo nel 2018 possiamo aspettarcela. Perché? Perché ci sono altri indicatori che viaggiano ai minimi. Come ad esempio lo spread tra il rendimento del titolo del Tesoro USA a 2 anni e quello a 30 anni. Abbiamo chiuso il 2017 sotto quota 1. Vale a dire che l’investitore chiede un premio inferiore al punto percentuale per comprare titoli che scadono nel 2047 rispetto a quello che chiede per le scadenze 2019. Questo mentre il Tesoro americano si prepara a indebitarsi per finanziare, almeno nella fase iniziale, la riforma fiscale. Si calcola che ogni dollaro di spesa federale nel 2018 sarà finanziato a debito per 25 centesimi. E mentre la Fed si prepara a alzare i tassi tre, se non quattro volte in corso d’anno. Non solo, la Banca Centrale ha anche avviato il Quantitative Tightening, vale a dire ha smesso di rinnovare a scadenza i titoli accumulati negli anni del Quantitative Easing, lasciando al mercato l’onere di assorbire le nuove emissioni di debito pubblico. Dal reddito fisso alle azioni. L’Economic Surprise Index elaborato da CITI, che misura la performance dei dati economici reali rispetto al consensus delle aspettative, ha chiuso l’anno a quota 77, non lontano dal massimo di sei anni di 84,5 toccato il 22 dicembre. Insomma, un quadro in cui non mancano le contraddizioni. Che potrebbero esitare in una correzione significativa in corso d’anno. E magari in una bella occasione per entrare con uno sconto del 10-15%.

Bottom line. Visto il calendario, ci affidiamo alla cabala, quella dello Stock Trader’s Almanac. Secondo cui negli anni delle elezioni di mid-term l’azionario americano si muove seguendo la direzione di gennaio per tutti i 12 mesi. E’ stato così per 10 volte negli ultimi 17 anni elettorali di medio termine. Non solo, ben otto volte negli stessi ultimi 17 anni di elezioni di mid-term le prime 5 sedute hanno dettato il corso dell’intero anno. Alla chiusura di Wall Street lunedì 8 dicembre ne sapremo di più.
(dalla rubrica “Caffè scorretto” della newsletter settimanale di FinanciaLounge)

FinanciaLounge
3 gennaio 2018
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